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2017/08/21

Come un ospedale di Toronto utilizza la realtà virtuale per concedere ai pazienti terminali un ultimo desiderio


Meike Muzzi, 83, è in cure palliative a Bridgepoint salute, ma fugge dalla sua stanza d'ospedale utilizzando la realtà virtuale. (CBC)

Emozioni contrastanti arrivano nel leggere simili notizie: Presso il Toronto Hospital, in Canada, il pioniere dott.re David Parker cerca di soddisfare i sogni del cassetto dei malati terminali, donando loro la fuga virtuale, con occhiali virtuali. I pazienti raccontano che sono pronti ed entusiasti ogni volta, nell'attesa della promessa di una fuga dal quartiere di cura palliativa di Toronto in cui stanno trascorrendo le loro ultime settimane di vita, in attesa di morire.

I pazienti vengono intervistati, ascoltate le loro storie e poi viene dato loro un video, un'esperienza virtuale in cui ricalarsi e rivedere posti, magari salire sopra un elefante come racconta Muzzi. Come descrive Parker, desidera concedere un ultimo benessere virtuale.

 'Non sto solo mettendo una cuffia su di loro,'  'Sono ben oltre questo,sto facendo in modo che abbiano la sensazione di fare un viaggio o  qualcosa di speciale.

Non è un tipico strumento medico, ma la fuga della realtà virtuale può aiutare i pazienti ad affrontare la fine, dopo aver appreso che hanno una condizione terminale, ha detto Steinberg.


 
Un meccanismo di copertura e una fuga

Il desiderio di fuga e copertura, queste le sensazioni con cui i pazienti combattono veramente quando arriva la diagnosi di una malattia terminale, dichiara lo stesso Parker. Spesso perdono il senso di ciò che ha avuto importanza nella loro vita,  'Quindi una grande parte di ciò che facciamo nella cura palliativa è aiutare a riconnettersi a chi sono'.

Il risveglio da questo romantico sogno
Tutto poteva assumere l'idea di un romantico gesto sino a quando le ultime parole non svelano, forse, un malato senso del connettersi a se stessi, di come far connettere le persone a loro stesse, di come far affrontare loro l'ultimo passaggio, in questa vita: la morte.

Parafrasando Erica Poli "quando arriva questa diagnosi è destruente, la paura blocca, tiene in pugno e quindi diviene difficile fare una scelta diversa, una scelta integrata, anche perchè spesso non c'è la possibilità di sapere a chi rivolgersi", diviene importante accettare la diagnosi, ma non accettare la prognosi.

Il cammino che accompagna un paziente con diagnosi di malattia terminale forse andrebbe svolto portandolo ad accettare la diagnosi e riconnettersi con la propria vita reale, questo, combatte la prognosi, questo gli permette di vivere la vita, di qualunque durata sia. Scappare, fuggire sono le prime reazioni della paura ed è proprio questa emozione che va compresa e lasciata andare..
Riconnettersi al sè, non è con un virtuale viaggio in Africa, o esperienza di volo virtuale ... fosse reale forse si, avrebbe voluto dire agire, vivere il cambiamento trasformandosi. Connettersi al proprio sè è accettare la propria umanità divina, amare la vita data, ricevuta, e capire, anche attraverso al malattia la bellezza della propria vita. Un processo doloroso ma pieno di luce.

Quando smetteremo di avere paura della morte ci saremo riconnessi al proprio io, e tutto assumerà tempi ed emozioni diverse.

Sino a quando la paura della morte farà da padrona non faremo che  far finta di essere presenti in una realtà che non esiste, ed è su questo che il mercato giocherà.. Perchè la vita e la morte diventeranno per intero strumento di commercio, di guadagno solo per gestire un qualcosa che per natura non si potrebbe, perchè in realtà solo noi siamo i padroni di noi stessi.

Donare le nostre emozioni perchè vengano strumentalizzate, vuol dire donare il nostro sè a chi lo sfrutterà per ben altri scopi. Potrebbe avere un suo fascino, e per molti lo è, per i transumanisti e tanti altri filoni che amano etichettarsi.

Noi siamo uomini, semplicemente, divinamente uomini.
Questa fuga virtuale non dona la riconnessone al sè, ma solo attaccamento morboso a quegli aspetti della vita che portano dolore, rancore, ovvero attaccamento agli oggetti dei sensi, come vengono definiti nella Baghavadgita.

Nell'uomo che indugia assorto negli oggetti dei sensi, nasce l'attaccamento, dall'attaccamento nasce il desiderio, dal desiderio la collera. La collera induce allo smarrimento della memoria, che produce la distruzione del'intelligenza, ed in seguito a questa l'uomo giunge alla rovina"

Intrappolare virtualmente il nostro ego non porta alla consapevolezza, al contatto con il sè, ma solo attaccamento verso il rimpianto, la mancata realizzazione, l'attaccamento al non reale, attaccamento al terreno, all'ego.

Questi occhiali sembrano l'anticamera di un film, il programma di San Junipero, che permette loro per cinque ore a settimana di vivere in questo mondo virtuale; quelli che ci vivono stabilmente sono in realtà morti e le loro coscienze sono trasferite nel programma.

Qualcuno disse:

"Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna"

Quel qualcuno fu Gesù, come riporta Giovanni (Gv 12,24-25). Quella che sembra la fine, spiega Marco Pedron in commento al passo, è invece la sua piena realizzazione

Vado a morire" e invece la realtà è: "Stai diventando la pianta che sei", così è per la morte. Gli orientali dicono: "Quella che il bruco chiama "fine del mondo" il resto del mondo chiama "farfalla"".
La morte è una metamorfosi (metamorfeo=trasfigurare): non è la fine ma solo un cambiamento e non è rifugiandosi in una realtà virtuale di sogni non realizzati che il passaggio si fa migliore...

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