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2017/08/09

CETA: L'ORTOFRUTTA ITALIANO SI È INCHINATO ALL'EUROPA.

L'ortofrutta italiano è davvero alla frutta.

Dal prossimo mese parte in via provvisoria l'accordo Ceta, ed entro il 21 settembre tutti i Paesi dovranno ratificare il Ceta, l'accordo commerciale di libero scambio tra l'Unione europea e il Canada che ha diviso il mondo politico e imprenditoriale. Dopo la pausa estiva, anche il Senato italiano dovrà esprimersi sul Comprehensive Economic and Trade Agreement, per mettere il suo sigillo sulla firma che le due parti hanno siglato lo scorso ottobre.

Il dramma è che sicuramente passerà. Come afferma Dino Scavino, presidente della Cia (Confederazione Italiana Agricoltori, 950.000 iscritti tra agricoltori, aziende e organizzazioni. ) " In realtà c'è solo un'associazione che la pensa diversamente dal resto del mondo agricolo. Noi della Cia, Confagricoltura, le cooperative, Federagricoltura abbiamo espresso tutti la medesima posizione."

"In Canada il made in Italy è un brand potentissimo, e con il Ceta possiamo solo renderlo più forte", continua Scavino, che non ha dubbi: il nuovo trattato commerciale con il Canada garantirà molti vantaggi ai prodotti italiani.


In una intervista a Repubblica, Dino Scavino, così si esprime:

Ma allora perché il mondo agricolo italiano è spaccato: una parte chiede al Parlamento di fermarsi e di non procedere alla ratifica del Ceta, e un'altra parte ne è entusiasta?
"In realtà c'è solo un'associazione che la pensa diversamente dal resto del mondo agricolo. Noi della Cia, Confagricoltura. le cooperative, Federagricoltura abbiamo espresso tutti la medesima posizione. Io credo che quando si parla di Ceta entrino in campo spesso questioni di carattere emotivo, e che si perda un po' la lucidità. E soprattutto che non si capisce che il rapporto con il Canada è molto diverso da quello con gli Stati Uniti, che il Ttip non è il Ceta".
Secondo Coldiretti il Ceta apre le porte in Europa e in Italia a produzioni che utilizzano sostanze chimiche e fitosanitarie vietate dalla legge, a cominciare dal glifosato per il grano duro.
"Imprecisioni che bisogna correggere: la questione degli Ogm non è stata trattata, e tanto meno avallata. Quanto al grano, dal 2014 sono operativi accordi che aboliscono totalmente i dazi per l'importazione di grano duro e tenero di qualità, cioè non trattati con il glifosato, che in Italia non è vietato, ma non è utilizzabile per trattare il grano (può essere utilizzato per esempio per liberarsi delle erbacce, è un diserbante). Se una partita di grano è contaminata, va rimandata al mittente, con o senza il Ceta. E così se arriva carne con gli ormoni: il Canada ha una filiera ormofree per l'export in Europa. Con il Ceta può esportare tutta la carne che vuole, ma dev'essere senza ormoni".



Ci rendiamo conto delle favole raccontate? L'Italia che non rispetta questo nella sua stessa produzione italiana, fa rispettare gli ormonfree canadesi? Gli ormonfree sono davvero l'ultima preoccupazione, visto che la maggior parte della carne Made in Italy ne è soggetta. Perchè non si parla di glifosato, di OGM, di pesticidi e tanto altro in regime ben diverso da quello Italiano? Vi è una notevole discrepanza e mancanza di reciprocità tra modelli produttivi Canada/Europa, su questo si dovrebbe lavorare e pare che l'unica che stia portando avanti il problema è la Coldiretti.

Fieri del guadagno che potrebbe derivare dall'export, "In Canada il made in Italy è un brand potentissimo, e con il Ceta possiamo solo renderlo più forte", che la salubrità dell'import diventa secondaria se non ostacolante, quindi è bene non parlarne.

Parlare di made in Italy rimane difficile, e detta francamente ci vuole molto coraggio, ma per rispetto a coloro che agiscono nel Made in con serietà, e forse per quella parvenza di buon senso che ancora esiste in Italia, è bene lottare sino alla fine.

Riproponiamo l'articolo di Coldiretti pubblicato a luglio.

Ceta, difendere regole e Made in Italy è questione di buon senso

“Nei rapporti con l’Unione Europea – e di conseguenza – con i Paesi con cui la stessa costruisce rapporti commerciali e di scambio, l’Italia mostra il punto massimo di ‘fragilità’ e subalternità proprio nelle trattative che investono il settore agroalimentare, che spesso diventa merce di scambio di interessi diversi”. Ad affermarlo in un intervento sul’accordo di libera scambio tra Ue e Canada è il presidente della Coldiretti, Roberto Moncalvo.

“E’ il caso ad esempio – spiega - delle condizioni favorevoli che sono state concesse al Marocco per pomodoro da mensa, arance, clementine, fragole, cetrioli, zucchine, aglio, olio di oliva, all’Egitto per fragole, uva da tavola, finocchi e carciofi, oltre all’olio di oliva dalla Tunisia e al riso dal Vietnam e più in generale dal sud est asiatico. L’accordo di libero scambio con il Canada (Ceta) è purtroppo solo l’ultima pagina della debolezza italiana. Nel caso del Ceta, balza subito agli occhi il macroscopico trattamento riservato alle importazioni di grano duro canadese: l’accordo azzera infatti strutturalmente tutti i dazi e consente l’entrata ‘libera’ e senza ulteriori controlli di un grano sottoposto a trattamenti di glifosato in pre raccolta (vietati in Italia) per renderne possibile la maturazione in un Paese più freddo come il Canada.
Nel caso del trattato con i paesi Paesi del Mercosur in via di definizione, si consentirà l’entrata alle stesse condizioni ai prodotti frutticoli dell’Argentina, in testa nella lista nera del dipartimento di Stato americano per lo sfruttamento del lavoro minorile nelle coltivazioni di aglio, uva, olive, fragole, pomodori. In buona sostanza ci ritroviamo a competere con produzioni che sono l’esito di condizioni di lavoro e trattamenti (sotto il profilo della sicurezza sanitaria e delle tutela del lavoro) completamente diversi.
Si tradisce così l’effettiva natura del libero mercato, che può essere tale solo se le regole di partenza sono uguali per tutti. Pensiamo all’entrata in vigore in Italia di una dura legge sul caporalato, o pensiamo a stringenti norme che regolano l’utilizzo di prodotti chimici in Italia: la tutela del consumatore, dei lavoratori e dell’ambiente finiscono paradossalmente per diventare un handicap per le produzioni nostrane, rispetto a quelle estere. Il trattato Ceta tuttavia non ci si ferma qui. Esso infatti accoglie la presunzione canadese di chiamare con lo stesso nome prodotti che sono di natura completamente diversa.
Per la prima volta nella storia dell’Unione si accorda infatti a livello internazionale il via libera alle imitazioni dei nostri prodotti più tipici dall’Asiago al Gorgonzola, dalla Fontina ai prosciutti di Parma e San Daniele fino al Parmigiano nella sua traduzione di Parmesan. In buona sostanza il trattato ‘legittima’ quell’italian sounding che vale il doppio delle intero export agroalimentare italiano, che rappresenta il nemico piu’ temuto sui mercati esteri e contro cui Coldiretti si è battuta in tutti questi anni. La subalternità dei negoziatori europei (e italiani) emerge con ancora più forza nel caso delle Dop e Igp.
Ne abbiamo 291 in Italia e ben 250 vengono lasciate senza tutela. Si crea così un precedente a livello internazionale – che certamente farà dottrina nei trattati in corso con il Vietnam e il Giappone – per cui le volgarizzazioni dei nostri marchi agroalimentari, trovano la strada aperta. C’è bisogno che i decisori politici italiani si chiariscano le idee: chiedere di chiamare con nomi diversi prodotti diversi o il rispetto delle stesse regole produttive non significa essere protezionisti, sovranisti o liberisti. La trasparenza sul mercato, la concorrenza leale, la tutela del lavoro e dei consumatori, non hanno etichetta, sono cose di buon senso. Ed è di buon senso anche la difesa intelligente e consapevole degli asset economici del proprio Paese."


Lasciando decantare, come tutto viene a galla...

 Lettura interessante che può essere da spunto a tanti altri collegamenti:

L'EUROPA DICHIARA IL GLIFOSATO NON CANCEROGENO, RINNOVO PER 10 ANNI. ISTITUTO RAMAZZINI DI BOLOGNA CONTRO MONSANTO.


Non per ultimo gli allarmi che Coldiretti continua a denunciare:


Crollano i prezzi all’origine della frutta e verdura Made in Italy, con ribassi fino al 40 per cento delle quotazioni. All’origine del crollo dei prezzi pagati agli agricoltori, che non riescono più a coprire neanche i costi di produzione peraltro balzati alle stelle a causa della siccità, è soprattutto la vera e propria invasione di frutta straniera che viene spesso spacciata per italiana, con le importazioni che hanno raggiunto i 3,9 miliardi di chili all’anno.
Pesche e angurie greche, pomodorini dalle coste africane venduti e nettarine spagnole vengono vendute come nazionali, come dimostra nei giorni scorsi nel porto di Brindisi il sequestro di oltre 19.000 chilogrammi di pesche provenienti dalla Grecia già etichettate come se fossero di origine italiana.

 "Ortofrutta, sequestrate pesche greche etichettate come italiane"

Pesche taroccate come italiane direttamente dalla Grecia sono state sequestrate dai funzionari dell’Ufficio delle Dogane di Brindisi. Un carico del peso di quasi ventimila chili che era Made in Italy solo sulla carta. La frutta, di varietà Royal Glory, è stata rinvenuta su un camion proveniente dalla Grecia e riportava sulle cassette di cartone false indicazioni sull’origine tricolore.


Dietro a questo crollo vertiginoso dell'ortofrutta italiano cosa si nasconde? Forse dare l'illusione che il Ceta possa riportare in auge il made in dell'ortofrutta italiano??
Davvero ci crediamo?

Solo 41 prodotti tutelati su 250 che rimangono privi di qualunque tutela.

Intanto questi 250 prodotti sono stati indeboliti.
"Etichettare significa distinguere la qualità, e comunque adesso avere delle regole ci aiuta, chiuderci al mercato no: i nostri prodotti sono eccellenti, abbiamo tutto l'interesse a un mercato aperto. Quanto al Canada, è un Paese dove vivono molti italiani e discendenti di italiani, che sono diventati classe dirigente. Mi creda, l'unico problema è che i canadesi sono pochi, solo 35 milioni, perché il Canada è il nostro
target ideale per l'export: lì apprezzano i nostri prodotti e possono permettersi di comprarli perché sono benestanti. Noi abbiamo bisogno di mercati ricchi, non di mercati di massa. Se poi il Ceta dovesse favorire delle distorsioni, cercheremo di rilevarle e di correggerle". (Dino Scavino a repubblica)


E così, speranzosi che il benestante italo-canadese sborsi per il made in italy, prostriamoci ancora una volta e calpestiamo il buon senso e la salute degli italiani, oltre che la loro intelligenza.



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