REFLUSSO GASTRICO :ANTIACIDI, INIBITORI DI POMPA, 5 PROBLEMATICHE ASSOCIATE CHE NON CI DICONO

Il reflusso gastrico può diventare un sintomo molto doloroso e portare serie conseguenze, diviene quindi importante ridurlo il più possibile.

Tanti possono essere i motivi scatenanti, quindi è importante capirne prima l’origine e poi porvi rimedio. Tante pubblicità ed annunci sono pronti a raccomandare una pillola per affrontare i sintomi del reflusso. In questo modo andiamo ad accettare, con una certa leggerezza, medicinali impegnativi come gli inibitori di pompa, antiacidi.
Questi farmaci, così “facilmente” prescritti ( in Italia ben tre PPI sono nella top ten dei farmaci più venduti), in realtà sono stati associati a tantissime problematiche. Un messaggio che dovrebbe essere percepito sia dal paziente ma soprattutto dal medico, visto che nel nostro Paese: Pantoprazolo, Lansoprazolo e Omeprazolo figurano nella top ten dei farmaci più prescritti. A fare il punto sugli effetti collaterali da PPI, ancora poco conosciuti, provvede adesso una review pubblicata su CMAJ (Canadian Medical Association Journal).

Riduzione del ferro non eme (ANEMIA), Vitamina B12 e magnesio
Gli studi suggeriscono che l’impiego a lungo termine di antiacidi, H2 antagonisti ed inibitori della pompa protonica (antoprazolo, lansoprazolo e omeprazolo..) è associato ad un rischio aumentato dell’83% di deficit di vitamina B12 .
Uno studio ha dimostrato che l’assorbimento di ferro inorganico risulta ridotto già dopo due mesi di terapia con PPI, mentre un altro trial ha dimostrato che i soggetti in terapia cronica con PPI presentano un ridotto valore di emoglobina e un volume corpuscolare medio inferiore. A rischio, con il trattamento prolungato con PPI (soprattutto in chi li assume da oltre 5 anni), anche l’assorbimento di magnesio. L’ipomagnesemia grave può causare a sua volta una serie di problemi, dalla tetania, alle convulsioni, alle aritmie. Per questo l’FDA raccomanda a tutti i cardiopatici ad alto rischio, che richiedano un trattamento prolungato con PPI, di controllare periodicamente la magnesemia.

Il magnesio è importante anche per l’assimilazione del calcio, quindi vitale in caso di osteoporosi, e contro la fatica muscolare (fibromialgia, sindrome fatica cronica, contratture..)


 
Malattia renale cronica
Nuova ricerca che ha seguito 17.222 pazienti che hanno utilizzato inibitori della pompa protonica hanno mostrato che avevano un significativo aumento del rischio di sviluppare malattie renali croniche rispetto a quelli che non avevano usato i farmaci. L’uso quotidiano di due volte ha rappresentato un rischio maggiore di una volta all’uso giornaliero.

Fratture
Numerosi studi hanno dimostrato che l’uso di inibitori della pompa protonica è associato ad un maggior rischio di cadute e fratture dell’anca, ella colonna vertebrale. Questo può essere collegato anche alla riduzione di magnesio, a sua volta collegato al calcio, oltre alla ridotta biodisponibilità orale di calcio indotta dai PPI; ipergastrinemia e lieve ipomagnesemia stimolano la produzione di PTH che induce un maggior riassorbimento dell’osso. Un’altra ipotesi vuole che i PPI inibiscano le pompe protoniche degli osteoclasti, portando così ad un’aumentata attività degli osteoclasti e ad un’alterazione diretta del metabolismo osseo.

DemenzaUn nuovo studio, proveniente dal German Study on Aging, Cognition and Dementia in Primary Care Patients, suggerisce che i medicamenti comunemente usati per trattare il reflusso gastroesofageo e le ulcere peptiche (inibitori della pompa protonica) possono causare un aumento del rischio di sviluppare la demenza(+ 38%) e soprattutto di Alzheimer (+ 44%). Questa associazione è particolarmente inquietante per l’aumento della demenza (inclusa la malattia di Alzheimer) e il fatto che sempre più gli adulti più anziani stanno prendendo inibitori della pompa protonica. Il lansoprazolo aumenterebbe la produzione di proteina beta amiloide, implicata nella patogenesi dell’Alzheimer. Il gastrin releasing peptide, che risulta elevato negli utilizzatori di PPI, è implicato nella modulazione delle funzioni cerebrali correlate allo stress e all’ansia.

 

Problemi di cuore
Rischio aumentato di avere un attacco cardiaco se si utilizzano inibitori della pompa protonica. Uno degli studi più recenti per segnalare questo pericolo è stato pubblicato nel giugno 2015. Gli autori hanno valutato i dati su 2.9 milioni di individui e hanno scoperto che i pazienti che hanno preso gli inibitori della pompa protonica avevano un rischio di attacco cardiaco maggiore di 1.16 volte, ed un rischio di morte  per complicanza cardiovascolare, radoppiato. Il collegamento principale è la riduzione del magnesio, vista prima.

Infezioni

Infezione da Clostridium difficileUna vasta metanalisi su 23 studi e 272.636 pazienti dimostra che l’impiego di PPI si associa ad un aumento del 69% del rischio relativo di infezione da Clostridium difficile, una condizione causa di importante morbilità e mortalità. L’NNH (Number Needed to Harm) per il PPI sarebbe dunque di 50 a 14 giorni nei soggetti ospedalizzati e in trattamento sia con PPI, che con antibiotici. L’uso dei PPI è stato associato anche ad un aumento delle recidive di diarrea da C. difficile. Eppure, nonostante queste evidenze – sottolineano gli autori – sono ancora pochissimi i pazienti ai quali viene sospeso il trattamento con PPI durante un’infezione da Clostridium difficile; una tragedia nella tragedia se si considera che il 50% circa delle prescrizioni di PPI sono potenzialmente  inappropriate.

Un’altra metanalisi ha dimostrato che l’uso di PPI si associa anche ad un aumentato rischio di altre infezioni intestinali; tra le più frequenti quella da Campylobacter e da Salmonella.

Peritonite batterica spontanea
che rappresenta un’importante causa di morbilità e mortalità. Questa condizione sarebbe dovuta ad una traslocazione batterica e i soggetti in trattamento con PPI sarebbero ad aumentato rischio.  Due metanalisi suggeriscono infatti che i soggetti in trattamento con PPI presentano un rischio di 2-3 volte maggiore di sviluppare una peritonite batterica spontanea. Alla luce di queste evidenze, le linee guida dell’ American Association for the Study of Liver Diseases suggeriscono di utilizzare con estrema cautela i PPI nei pazienti con cirrosi, facendo grande attenzione alla durata della terapia in quelli con patologia ulcerosa o utilizzando i PPI per un periodo di tempo molto contenuto dopo un intervento di legatura delle varici esofagee.

Polmonite
Una metanalisi su 23 studi randomizzati e controllati e su 8 studi non randomizzati ha dimostrato che i PPI sarebbero associati anche ad un aumentato rischio (+27%) di polmonite; il rischio è più elevato (+34%) per le polmoniti acquisite in comunità, è maggiore entro i primi 7 giorni dall’inizio del trattamento con PPI, ma persiste fino a 180 giorni dall’avvio dello stesso.

Conclusioni

Possiamo dire che ci sono abbastanza motivazioni per non prescrivere ed assumere questi farmaci alla leggera. Pochissimi medici avvertono anche del “semplice rischio” di anemia.

Gli autori della review suggeriscono di prescrivere questi farmaci, preziosi se usati correttamente, al dosaggio più basso e per il periodo di tempo più breve possibile. Fortemente raccomandata anche la rivalutazione periodica dei pazienti che li assumono cronicamente, per evidenziare eventuali stati carenziali di vitamine, minerali, o effetti indesiderati da trattamento prolungato con PPI.

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