IL SALE MARINO CONTIENE SEMPRE PIÙ MICROPLASTICHE: NOI, COME I PESCI, CON PLASTICA NEL CORPO


Studi rilevano che a maggior parte del sale marino contiene microplastiche, derivanti dall’inquinamento dei mari ed oceani

In sea salt samples from around the world, researchers found microplastic contamination. Photo by David Herraez/Alamy Stock Photo

In Easyhome360 abbiamo aperto l’angolo: Vivere senza plastica, impossibile direte, forse si, ma ridurla e rallentare il suo uso sfrenato, immotivato, si può.
Cosa posso fare come singolo? Il singolo esprime il seme della risposta globale, perchè il cambiamento individuale cambia automaticamente il feedback del gruppo a cui appartiene, è la variabile che muta l’epilogo.

Ecco uno dei tanti motivi per cui diventa necessario iniziare a vivere senza plastica.

Studi rilevano che la maggior parte del sale marino contiene microplastiche derivanti dall’inquinamento dei mari ed oceani

Un team di ricerca della Malesia ha voluto analizzare 17 marchi di sale marino venduti in 8 paesi differenti. Il risultato è stato davvero sconcertante, solo un campione è risultato plastic free, libero da microplastiche.

Siamo davvero una specie “speciale”. Non solo abbiamo capito come creare qualcosa di ridicolosamente durevole come la plastica ma abbiamo inoltre deciso di destinarla ad usi che possono diventare dannosi nel tempo, contenitori per alimenti, piatti, insalatiere, o che addirittura non richiedono assolutamente il requisito tempo, come borse, perle per lo scrub (viso, denti, detersivi). Meglio ancora? L’uso della plastica, soprattutto per cicli corti di vita, ci permette di lasciare che 13 milioni di tonnellate di roba tossica trovi, ogni anno, la sua strada negli oceani e nei nostri piatti. Tendo conto che la plastica, nel suo processo di produzione contiene fra le sostanze più tossiche e cancerogene.

Microperle di salute che ingeriamo quotidianamente.

Un segnale di quanto ormai il vortice dell’assurdo ha catturato il buon senso è che l’OMS abbia stabilito range di sicurezza per l’ingestione della plastica! Secondo l’OMS il quantitativo massimo che un essere umano può tollerare in un anno, prima che la sua salute ne risenta, è 1.000 parti per chilo (particelle  <1 mm), un valore molto inferiore rispetto alle 11.000 che, secondo uno studio di pochi mesi fa pubblicato su Environmental Pollution, ne assume ogni europeo abituato a mangiare abitualmente molluschi marini di allevamento come cozze o vongole (dove la quantità media di microplastica è di circa 360 unità per chilo per i molluschi, 470 per le ostriche).

Secondo uno studio del 2014, nel mare sono presenti più di 5 trilioni di pezzi di plastica, il 92 per cento delle quali sono microplastiche di dimensioni inferiori ai cinque millimetri. Tra i molti modi in cui le microplastiche riescono a tornare a noi, il più semplice è attraverso il ciclo alimentare. Il krill ingerisce le microplastiche, ed il krill viene poi mangiato dal salmone (ad esempio), che viene servito in ristoranti in tutto il mondo. Nel caso in cui le concentrazioni di mercurio, conservanti chimici, coloranti, non avessero reso abbastanza tossico il pesce, ci pensiamo noi con la plastica. Ma come sempre il gioco non finisce qui… non è eliminando il pesce dalle nostre portate che il si risolve la questione. Ricerche stanno dimostrando come la presenza di microplastiche nel sale stia aumentando vorticosamente.

Dopo aver invaso i pesci,i molluschi, la plastica si trova anche nel sale!
Le microplastiche derivano sostanzialmente da fonti come gli esfolianti cosmetici, i detergenti da lavatrice; anche l’uso, ormai diffusissimo, del poliestere nell’industria dell’abbigliamento fa sì che una grande quantità di fibre spezzate entrino nell’acqua, attraverso i lavaggi. C’è inoltre la contaminazione per via aerea, data dal degrado della spazzatura. Come sappiamo, gli oceani stessi contengono enormi isole galleggianti di rifiuti in plastica, che non si degradano ma si polverizzano, entrando così nella catena alimentare.

Già nel 2015, uno studio condotto in Cina, la presenza di microplastica nel sale marino era raddoppiata. Il sale marino ora contiene una media di 600 particelle di microplastica per chilogrammo.

Adesso puoi condire i tuoi pesci contaminati di plastica con sale marino contaminato in plastica.

Il tossicologo acquatico Ali Karami e il suo team dell’Universit Putra Malesia hanno analizzato recentemente il sale marino estratto da otto paesi diversi: Australia, Francia, Iran, Giappone, Malaysia, Nuova Zelanda, Portogallo e Sudafrica.

Nel loro laboratorio hanno rimosso le sospette particelle microplastiche più grandi di 0. 149 mm (0 0059 pollici) da 17 diversi marchi di sale. Le microplastiche sono state trovate in tutte, tranne il sale francese. Delle 72 particelle estratte che trovavano, 41. 6 % erano polimeri di plastica, 23.6% erano pigmenti (dalla plastica), 5. 50 % erano carbonio amorfo ed il  29. 1 % rimasto, non identificato. Le particelle non identificate erano probabilmente incapaci di essere determinate a causa della degradazione della foto, degli agenti atmosferici e / o dell’additivo. Gli autori scrivono:

  I polimeri di plastica più comuni erano il polipropilene (40,0%) e il polietilene (33,3%). I frammenti erano la forma primaria dei MP [microplastici] (63,8%) seguiti da filamenti (25,6%) e film (10,6%). Secondo i nostri risultati, il basso livello di assunzione di particelle antropogene dai sali (massimo 37 particelle per ogni singolo anno) garantisce impatti negativi per la salute. Tuttavia, per comprendere meglio i rischi sanitari associati al consumo di sale, sono necessari ulteriori sviluppi nei protocolli di estrazione per isolare particelle antropiche minori di 149 μm.

Plastica in sale Immagini microscopiche di alcune delle particelle estratte. A (a) poliisoprene / polistirene, (b) polietilene, e (c) frammento di pigmento (ftalocianina). L’immagine d è un filamento di nylon-6. Foto: Karami et al. / CC BY 2. 0


Microperle plastiche non solo nei pesci, anche nel nostro corpo.

Un esperto oceanografo ed dell’inquinamento plastico, Erik van Sebille dell’Università di Utrecht nei Paesi Bassi, racconta alla rivista Hakai che i risultati sono immediatamente sorprendenti . ‘Negli ultimi anni, ogni volta che gli scienziati sono andati a cercare plastica nell’oceano, lo hanno trovato. Che si trovi sul fondo remoto dell’oceano, nel ghiaccio dell’Artico, nello stomaco di uccelli marini e pesci, ed ora nel sale marino, la microplstica è li, fedelmente presente.

Un video di 20 minuti che vale la pena vedere ed ascoltare. Non scoraggiatevi se non capite l’inglese, le immagini raccontano…

‘La plastica nell’oceano è un’atrocità’, aggiunge, ‘un testamento delle abominevoli abitudini dell’umanità.

Ci sono circa 12 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica che entrano nell’oceano ogni anno, anche se solo una frazione di questi è costituita da microperle di plastiche si tratta della forma più pericolosa poiché data la loro dimensione, si parla nell’ordine di 0,1 millimetri, non vengono distinte dai pesci come non cibo,quindi le ingeriscono.. ed il ciclo ha inizio.

Da anni Greenpeace  si sta battendo per l’eliminazione di questa forma di microplastica. Pare che il Regno Unito, finalmente, abbia annunciato ufficialmente il piano per vietare  le microperle nei prodotti cosmetici  entro la fine del 2017. Il Regno Unito segue la decisione statunitense di proibire le perle dopo una petizione firmata da oltre 350.000 persone.


Non essere preso da UN GRANELLO DI sale, leggi lo studio dei  Rapporti scientifici.

Di seguito le marche che si stanno impegnando a ridurre l’uso di microplastiche e quelle invece assolutamente da evitare.

Come evidenzia la classifica di Greenpeace East Asia, sono quattro le aziende che si stanno impegnando maggiormente per eliminare le microsfere dai propri prodotti: Beiersdorf e Henkel (Germania), Colgate-Palmolive e L Brands (Stati Uniti). Altre aziende, come le statunitensi Revlon, Amway e Estee Laudeer, hanno mostrato uno scarso impegno e pertanto occupano gli ultimi posti in classifica. Tuttavia è necessario sottolineare che nessuno dei 30 marchi internazionali presi in esame ha soddisfatto tutti i criteri di valutazione necessari per garantire la protezione dei nostri mari dall’inquinamento da microplastica.

Come evitare la microplastica?

Per riconoscere i prodotti senza microplastiche Greenpeace spiega che occorre consultare le etichette: “Se trovi polietilene o polipropilene ti consigliamo di scegliere altro. Esistono tante alternative naturali alle microsfere in plastica che garantiscono lo stesso effetto”.
Scarica qui la app Beat the Microbeads.

Fai scelte oculate, non farti catturare dalla “comodità” e dalla leggerezza del non pensare.

Non facciamoci prendere dal sonno, teniamo gli occhi aperti. Non dobbiamo dormire, anestetizzarci, perchè poi ciò che accade sembra un laccio improvviso, imprevisto… ma non è così.
(commento a LC, 36)

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Alcune fonti:
http://journals.plos.org/plosone/article?id=10.1371/journal.pone.0111913
https://www.nature.com/articles/srep46173
https://qz.com/979101/sea-salt-is-likely-to-contain-microparticles-of-plastic-according-to-a-new-study/
https://www.hakaimagazine.com/article-short/theres-probably-plastic-your-sea-salt
https://www.treehugger.com/green-food/most-sea-salt-contains-microplastics-study-finds.html
https://www.scientificamerican.com/article/plastic-contaminates-table-salt-in-china/
http://www.greenpeace.org/international/en/press/releases/2016/Personal-care-products-may-still-be-polluting-oceans-despite-promises-by-companies-says-Greenpeace/

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