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2016/08/28

COME VIVERE IL TUTTO È PERFETTO NEL CAOS DEL MONDO?




Giornate di caos emotivo, materiale, ma possiamo "allargare" il tempo e pensare a mesi, anni, ere in cui tutto sembra precipitare, dove tutto sembra non avere più significato.
Avvolti da un senso di desolazione dove tutto sembra trascinarci e dove tutto ineluttabilmente porta alla rovina. Infondo materialmente la morte non è la nota fine di un viaggio, che tanto bramavano filosofi e poeti.. e che oggi sembra imperversare alla cieca ?

In questo turbinio di emozioni come riuscire ancora a dire...si la vita è bella.

Si parla tanto in questi ultimi tempi di salto quantico, di vivere in armonia.. e pensando a come riassumere concetti scientifici, filosofici eccomi "arrivare" due bellissime letture della grande maestra zen Charlotte Joko Beck.
Spero possano essere di aiuto per introdurre l'importanza del distacco, e che il non attaccamento non vuol dire mancanza di empatia. In non attaccamento è libertà e padronanza di noi stessi. Una padronanza che sempre più urgentemente serve in questi tempi.. Un non attaccamento che arriva, in tutta la sua armonia ed empatia, da noi e non manipolato dall'esterno.
Nuovo concetto di questa parola.. non frutto della desolazione  ma profonda connessione con noi stessi e gli eventi stessi.

Nulla nella vita arriva per nuocerci ma solo per farci comprendere la necessità di cambiamento.
Facile a dirsi, difficile a farsi.. indubbiamente. Ma quando questo antico o nuovo paradigma verrà assimilato nel profondo inconscio, tutto diventerà vorticosamente chiaro.
Ritorneremo su questo tema, ora vi lascio questa suggestione che mi è arrivata; mi auguro buona lettura.

Il tutto è perfetto così come è.. il famoso salto quantico.


"È perfetto" (Charlotte Joko Beck)
tratto da Zen quotidiano


Grande maestra zen, direttrice dello Zen Center di San Diego. Chi ha letto i suoi libri, difficilmente non li ha apprezzati; chi l'ha conosciuta, difficilmente se la scorderà.Morta nel 2011, e sue ultime parole sono state: "Anche questo è meraviglia".

"Vorrei sottoporvi una serie di domande che riguardano situazioni spiacevoli. [...] Questi esempi ci forniranno qualche barlume, che a sua volta ci consentirà di capire meglio che cosa sia la pratica.

Ecco le domande:
Se mi dicessero: «Joko, domani è il tuo ultimo giorno di vita», sarebbe perfetto? E se lo dicessero a voi, sarebbe perfetto?
Se avessi un incidente e mi dovessero amputare braccia e gambe, sarebbe perfetto? E per voi?
Se nessuno mi dovesse dire mai più una parola gentile o di incoraggiamento, sarebbe perfetto?
Se, per qualunque motivo, fossi costretta a letto per il resto della mia vita, sarebbe perfetto?
Se mi prendessero per pazza, irrecuperabile, sarebbe perfetto?
Se la persona che sognate non dovesse arrivare mai, sarebbe perfetto?
Se, per un motivo qualunque, dovessi vivere come una mendicante, senza riparo né quasi cibo, esposta al freddo, sarebbe perfetto? E per voi?
Se perdessi la cosa o la persona che mi è più cara, sarebbe perfetto?

Io non sono in grado di rispondere sì a nessuna domanda e, se siete sinceri, nemmeno voi. Invece, rispondere: «Sì, è perfetto», equivale allo stato illuminato. Ma capiamoci bene. 'È perfetto' non significa che non grido, non protesto, non piango o non provo odio per la situazione. [...] 'È perfetto' non significa avere trovato la cosa che cercavo perché mi facesse contento. E allora? Cos'è lo stato illuminato? È la non separazione tra me e la mia vita, qualunque essa sia. [...]

Il punto è essere d'accordo con tutte le situazioni che la vita presenta. Non è cieca accettazione; non significa che, se siete malati, non vi curate. Ma, davanti ad una cosa inevitabile, c'è ben poco da fare. Allora, è perfetto? [...]
Questo è lo stato illuminato: abbracciare qualunque situazione, bella o brutta che sia. Non parlo di diventare santi, parlo dello stato [...] in cui tutto è perfetto. Facciamo l'esempio della morte. A volte ci chiediamo come moriremo, ma non importa morire coraggiosamente quanto non avere bisogno di morire coraggiosamente. [...] Atteggiamento davvero notevole: non imparare a 'tollerare' le situazioni ma imparare a non aver bisogno di nessun atteggiamento specifico al loro riguardo.
La maggior parte delle psicoterapie mira ad adattare i miei desideri e bisogni ai vostri desideri e bisogni, per favorire la pace reciproca. Ma se io non avessi nessuna obiezione verso i miei desideri, né naturalmente verso i vostri, se tutto fosse perfetto così com'è, cosa resta da rappacificare? [...] Una persona che dicesse sì a tutto [...] non avrebbe niente di strano, e diffonderebbe molta pace attorno a sé. Una persona che pensa poco a se stessa, disposta a essere com'è e a lasciare che anche il resto sia come sia, è davvero una persona che ama. [...]

Vorrei che consideraste da quale base si può rispondere a ogni situazione: «È perfetto. Non ho lagnanze da fare». Non significa non essere mai turbati, ma che c'è una base su cui la vita poggia e che vi fa dire: «È perfetto» a tutto. La pratica (che lo sappiate o no, che lo vogliate sapere o no) è scoprire questa base, che vi farà dire in ogni circostanza: «È perfetto». [...]
Un modo per valutare la pratica è vedere se la vita diventa più perfetta per noi. [...]

Una cosa è perfetta quando accettiamo di starci assieme: accettiamo la nostra protesta, la lotta, la confusione, il fatto che le cose non vanno come vorremmo. Significa disponibilità perché tutto ciò continui: dolore, lotta e confusione. In un certo senso, è ciò che facciamo nelle sesshin. Sedendo, si forma lentamente la comprensione: «C'è questa cosa che non mi piace, vorrei scappare via eppure, in qualche modo, è perfetto così». La comprensione si estende. [...] Chi pratica ama profondamente la vita, come Zorba il Greco. Non aspettandoci niente dalla vita, ne possiamo godere. Davanti a situazioni che per altri sono irrimediabili, lottiamo e ci affanniamo, ma le godiamo perché sono la vita. È perfetto così. [...]
Si sviluppano la comprensione e l'apprezzamento della perfezione di ogni momento: del dolore alle ginocchia o alla schiena, del prurito al naso, del sudore. Cresce la capacità di dire: «Sì, è perfetto».
Di cosa abbiamo bisogno per vivere una vita pacificata e fattiva? Abbiamo bisogno della capacità (che impariamo lentamente e di mala voglia) di essere la nostra vita così com'è. In genere non sono disposta a farlo, e immagino che neppure voi lo siate. Ma siamo qui per imparare proprio questo.
Sorprendentemente, impariamo davvero.



 "L'io è un concetto che si logora con la pratica"
 da Niente di speciale. Vivere lo zen di Charlotte Joko Beck:

“L’atteggiamento o comprensione basilare di non essere separati causa un cambiamento radicale nella nostra vita emotiva. Questa comprensione implica che, di fronte a qualunque fatto, non ci sentiamo particolarmente feriti. Ciò non significa non occuparsi dei problemi che si presentano, ma non borbottare mentalmente: «Che cosa terribile! Nessuno passa i guai che io sto passando».

È come se la comprensione cancellasse questo tipo di reazioni.

Solo un sé egocentrico, un sé aggrappato a mente e corpo, può essere ferito. Tale sé è in realtà un concetto formato dai pensieri in cui crediamo, ad esempio: «Se non posso averlo, starò malissimo», o «Se non mi va bene, sarà terribile», o «Non avere una casa è davvero orribile». Ciò che chiamiamo il sé non è altro che una serie di pensieri a cui siamo attaccati. Se siamo totalmente assorbiti nel nostro piccolo sé, la realtà, l'energia fondamentale dell'universo, resterà completamente ignorata. [...]
Non vi invito certo a tagliarvi fuori da tutto per essere liberi dall'attaccamento. L'attaccamento non riguarda ciò che abbiamo, ma le nostre opinioni su ciò che abbiamo. [...]
Il lento e difficile cambiamento indotto dalla pratica fonda la nostra vita e le dà più pace genuina. Senza lottare per essere in pace, scopriamo che le tempeste della vita ci colpiscono sempre più lievemente. Iniziamo ad allentare l'attaccamento ai pensieri che identifichiamo con noi stessi. L'io è un concetto che si logora con la pratica.
[...]


Studente Quindi, sentirsi feriti è solo i nostri pensieri riguardo a una situazione?
Joko Sì. Non identificandoci più con questi pensieri, affrontiamo semplicemente la situazione e non lasciamo che influisca emotivamente su di noi.

Studente Ma possiamo sentirci feriti.
Joko Certo, e non sarò io a negare questo sentimento. Nella pratica lavoriamo con le sensazioni fisiche e i pensieri che sono, nel loro insieme, questo 'mi sento ferito'. Se sperimentiamo totalmente le sensazioni e i pensieri, il 'mi sento ferito' evapora. Non dirò mai che non dovremmo sentire i sentimenti che proviamo.

Studente
Allora vuoi dire di lasciar andare l'attaccamento per la ferita?
Joko No. Non possiamo obbligarci a lasciar andare un attaccamento. Anche se l'attaccamento è solo un pensiero, non possiamo decidere: «Adesso lo lascio andare». Non può funzionare. Dobbiamo capire che cos'è l'attaccamento. Dobbiamo sperimentare la paura, la sensazione fisica che sta sotto l'attaccamento. allora l'attaccamento avvizzirà. Un'incomprensione diffusa è che nello Zen dobbiamo 'lasciar andare'. Non possiamo costringerci a lasciar andare. Dobbiamo sperimentare la paura che c'è dietro.
Inoltre, sperimentare l'attaccamento o la sensazione non significa drammatizzarlo. Drammatizzare un'emozione significa nasconderla.

Studente
Se sperimentassi davvero la mia tristezza, non avrei più bisogno di piangere?
Joko
Possiamo anche piangere. Ma c'è una differenza tra piangere e drammatizzare la nostra tristezza, paura o rabbia. Drammatizzare è il più delle volte un nascondere. Per esempio, una persona che urla, strilla, lancia oggetti e si accapiglia con un altro, non è in contatto con la sua rabbia"...


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